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di Giuseppe Maria Carpaneto, già Università Roma TRE Lampyris, 2026, Nr.3

Dalla lettura di un romanzo poco diffuso e da me scoperto di recente: In Koli Jean Bodane, 2015. Congo Inc. Il testamento di Bismarck. Edizione italiana 66THAND2ND, ISBN 978-88-98970-25-4

Così inizia il primo capitolo di un eccentrico e intrigante romanzo, intriso di ironia e drammaticità, scritto nel 2014 da In Koli Jean Bofane, un congolese nato a Bandaka, nella Repubblica Democratica del Congo, ex-Zaire. Il racconto, sospeso fra passato e futuro di un patrimonio mondiale di rilevanza assoluta, principale polmone del Vecchio Mondo, ci porta nel mezzo di una realtà tragico-comica che descrive l’ostile atteggiamento di moltissimi congolesi verso il loro ambiente naturale, trasformato in oggetto di sfruttamento indiscriminato, sotto l’effetto del mercato globale. Infatti, molti di essi come il protagonista Isookanga, preferiscono inurbarsi nella caotica capitale Kinshasa, attratti da un mondo totalmente artificiale, lasciandosi confondere dagli aspetti più ludici e lucrosi della comunicazione globale. Sempre più incitati verso lo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali e il rapido possesso di abiti firmati, automobili di lusso e ville con piscine, diventano servi di una mirata propaganda neocolonialista.

Il titolo del romanzo, Congo Inc. Il testamento di Bismark, richiede una spiegazione: Inc. è l’abbreviazione di Incorporated Company e si riferisce alla trasformazione del territorio congolese in una società commerciale “indipendente”, a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885, voluta da Otto van Bismarck e da Leopoldo II del Belgio, affinché le potenze coloniali potessero spartirsi le risorse di questo paradiso. A prima vista, dal titolo e dalle tematiche trattate, il libro sembrerebbe un pesante saggio socio-economico ed ecologico; invece, rivela subito la trama di un intelligente quanto avvincente romanzo dove le storie di numerosi personaggi, sia maschili che femminili, si intrecciano fra tenerezza e violenza, solidarietà e genocidio, saggezza ed egoismo. Fra questi co-protagonisti troviamo: agricoltori Mongo, pigmei Ekonda, funzionari locali incravattati e corrotti, ex-criminali di guerra assorbiti dal sistema, bande di ragazzini-stregoni, venditori d’acqua ambulanti, cialtroni leader di sette religiose, speculatori cinesi vittime di propri connazionali, antropologi europei in cerca di gente da intervistare, dirigenti dell’Onu in crisi, caschi blu allo sbaraglio ecc. Ed è dedicato “alle ragazze, alle bambine, alle donne del Congo”, che più di tutti lavorano, soffrono, partoriscono nelle capanne e ripongono speranze nel futuro.
La narrazione inizia mostrando lo stato di intolleranza verso la vita tradizionale del “mezzo pigmeo” Isookanga, che viene costretto dallo zio Lomama, capo del clan locale (pigmei Ekonda), a recarsi nella foresta per riempire un sacco di bruchi commestibili, piatto forte della loro etnogastronomia. Mezzo pigmeo significa che la mamma (pigmea pura), facilitata dalla struttura sociale matriarcale e dall’istinto femminile, ha preferito accoppiarsi con erculei coltivatori Mongo del villaggio vicino, dando alla luce lui, con tratti somatici intermedi e 10 cm più alto di qualsiasi pigmeo. Però si è dimenticata di farlo circoncidere, causandogli imprevisti complessi di inferiorità con i compagni e le compagne di qualsiasi etnia locale.

I bruchi in questione, invece, sono larve di varie specie di falene appartenenti alla famiglia Saturnidae, cibo prediletto da molti popoli africani per tre motivi: sono molto carnose e succolente, ricche di sostanze nutritive, e si trovano in grande quantità nei periodi in cui discendono lungo il tronco della pianta nutrice
per poi impuparsi in cavità del terreno o nella lettiera alla base degli alberi. Le specie più utilizzate in Congo appartengono ai generi Cirina, Imbrasia, Lobobunaea, Nudaurelia, Athletes, Bunaea). I bruchi di queste grandi falene sono spesso vivacemente colorati e provvisti di escrescenze dorsali simili a spine carnose. Nel romanzo, questi bruchi sono il simbolo delle risorse naturali delle foreste tropicali, ecosistema ad elevata biodiversità dove nessuno morirebbe mai di fame se non a causa di squilibri prodotti dal mercato globale. Secondo le verosimili affermazioni dell’autore, bruchi e altre risorse per le popolazioni umane diventano rare quando le aggressioni tecnologiche moderne invadono la foresta. Ecco come, dopo essersi soffermato sugli improperi del protagonista, l’autore non manca di affascinarci con brevi immagini descrittive della foresta, rivelandoci la sua sensibilità naturalistica:

Queste immagini letterarie, per nulla banali, dove in poche parole si descrive la complessità della simbiosi fra organismi di tutti i livelli della piramide alimentare, Isookanga, il protagonista, è insensibile a tutto ciò e continua a disperarsi:

Intanto, lo zio Lomama, continua la sua esistenza fondata su un miscuglio di conoscenze empiriche (etnoscienza) e mitiche visioni, colonne fondamentali del “pensiero selvaggio”. Trovandosi a caccia nella foresta, indossando soltanto i suoi calzoncini di corteccia battuta, assiste a un evento che gli appare impossibile: trova un grande leopardo morto ma che non è un leopardo normale e non è morto di vecchiaia. Ai suoi occhi si tratta di Nkoi Mobali, colui che stabilisce gli equilibri nella foresta e salva uomini, animali e piante dalla rovina. La descrizione dell’animale morto è un piccolo saggio di etnomedicina forense e non tralascia l’identificazione degli insetti necrofagi (ditteri e coleotteri) per dedurre il tempo trascorso dalla morte dell’animale. Eccone un estratto di tre righe:

Da grande osservatore e poeta della natura, il vecchio indigeno esamina le impronte e i peli lasciati dall’assassino del grande leopardo e si accorge che si tratta di un individuo appartenente a popolazioni che non vivono nella foresta ma nelle lontane savane ai margini del Congo. Non era uno dei maschi di leopardo di sempre a cui Lomama chiedeva ogni volta il permesso di passare ma un leopardo straniero ucciso da un gruppo di facoceri. E che ci facevano lì i facoceri dalle taglienti zanne, riconoscibili dalle tracce lasciate sulla scena del “delitto”? La narrazione lascia intendere che lo zio aveva visto questi animali molti anni prima quando la voglia giovanile di conoscere lo aveva spinto a camminare per giorni e giorni verso Sud fino ai confini con il Katanga. Grazie alla sua capacità di leggere la natura, il vecchio pigmeo riesce a mettere in relazione i recenti disboscamenti nel proprio territorio con la rarefazione di certi animali (fra cui i bruchi commestibili) e la comparsa di altri, come i facoceri originari della savana, leopardi dalla grande taglia, iene macchiate e babbuini, anch’essi di savana. L’arrivo di questi animali poteva solo significare l’apertura di un corridoio di savana dallo Shaba attraverso la foresta congolese in corso di frammentazione. In pratica l’inizio della fine delle foreste. Ciò spinge il vecchio ad andare a Kinshasa, portandosi appresso la pelle del leopardo da mostrare alle autorità dei parchi nazionali congolesi, illudendosi di trovare persone che abbiano attenzione per la conservazione della natura. Pur trovando una totale indifferenza nei funzionari locali, il viaggio del vecchio pigmeo non risulta inutile perché motivato anche dalla ricerca del nipote fuggito dal villaggio per conoscere il mondo moderno.

Saltando il finale di tutte le storie personali più o meno tragiche di fughe, arresti, violenze e torture che si intersecano con la storia del protagonista e permettono di capire fino in fondo i problemi che il mercato globale crea in continuazione ostacolando il benessere degli africani e favorendo le guerre civili, ci soffermiamo sulla fine dell’epopea di Isookanga. Rimasto miracolosamente illeso fra tanti pericoli, il ragazzo viene raggiunto a Kinshasa dallo zio, e continua a definirsi “pigmeo puro, mondialista per la globalizzazione, esperto di tecnologie e modernità”. Ma queste dichiarazioni sono ormai diventate un linguaggio stereotipato del ragazzo e una copertura del fatto che a queste cose non ci crede più tanto. Ora che grazie all’uso quotidiano del computer, è diventato un “enciclopedista del terzo millennio” e conosce il mondo a memoria attraverso le pagine di wikipedia, ha visto quanto la globalizzazione sia mostruosa e piena di rischi. E’ quindi pronto a ritornare al suo tranquillo villaggio con la coscienza di un uomo maturo e consapevole.
A un certo punto il giovane, avendo acquisito nozioni di mineralogia, chiede allo zio se sapeva che la loro terra è piena di oro, diamanti e altri minerali preziosi a causa dei quali nel Congo si organizzano guerre civili da più di trent’anni. E il Vecchio Lomama risponde, come se niente fosse:


In mezzo a tante larve di farfalle, in questo racconto si sentiva l’assenza dei coleotteri: ecco allora uno degli ingredienti principali della dieta entomofaga africana. Si tratta di un curculionide gigante, Rhynchophorus phoenicis (Fabricius, 1801), legato alle palme. In Congo si trova soprattutto nelle palme da olio, Elaeis guineensis, che vengono coltivate intorno ai villaggi, ed è imparentato con il punteruolo rosso, Rhynchophorus ferrugineus, che distrugge le nostre palme ornamentali.
Come i bruchi, anche le larve dei punteruoli giganti si cucinano con olio di palma, cipolle di foresta e peperoncino. Buon appetito!